giovedì 19 novembre 2009

Simone Gulmini, un vecchio amico, diventa lettore.


Giovedi 19 novembre, nella cappella della Casa di Formazione della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo (istituto di preti con cui abbiamo da anni un rapporto di sincera stima ed amicizia) di Roma, Simone Gulmini, un nostro caro vecchio amico di Ferrara che lavorava col Consorzio Sì (per capirci, il consorzio di Enrico Tiozzo, Alessandro Menegatti e compagnia...) riceverà il Lettorato insieme ad altri suoi confratelli.

Vi invitiamo ad accompagnarli con la vostra preghiera. E a Simone giunga il nostro più fervido augurio e la certezza della nostra amicizia.

lunedì 16 novembre 2009

Gente che non sta al guinzaglio

Giorgio Vittadini

venerdì 6 novembre 2009

In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.

Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.

Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.

Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.

Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».

Nell’ottica statalista sopra citata, qualunque forma di organizzazione sociale, qualunque movimento, qualunque realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi da tenere.

Allo stesso modo è vista come una minaccia l’iniziativa di qualche lungimirante e purtroppo ancora isolata amministrazione che, per evitare che i servizi siano erogati da un welfare state inefficiente, inefficace e costoso, e ispirandosi a interventi tipici della sinistra europea di tipo blairista, cerca di rendere le persone e le realtà sociali protagoniste del welfare; e in quest’ottica, attraverso sistemi di voucher, fa sì che i cittadini scelgano gli erogatori di servizi più capaci di rispondere ai loro bisogni tra quelli accreditati in base alla loro qualità.

Questo sistema, che attua una reale democrazia, evidentemente ridà potere reale ai cittadini e impedisce altresì che i politici di turno possano favorire in modo clientelare alcune realtà a loro più vicine, al di là della loro qualità. Dovrebbe essere, questo, un sistema che trova il plauso di intellettuali, politici e operatori dei media che amano davvero il bene comune.

Invece, contro il parere favorevole del popolo (vedi enorme consenso al cinque per mille: nel 2007 lo hanno devoluto 15.618.714 italiani) c’è chi, ideologico o disonesto, considera troppo pericoloso che esista gente che non sta al guinzaglio e per questo, senza alcuna correttezza e verifica reale dei fatti, diffonde notizie scandalistiche.

mercoledì 30 settembre 2009

Martedì 29 Settembre, prima gita della Scuola Media Chesterton. Destinazione: Cantina Illuminati di Controguerra




Quest'anno per iniziare l'anno scolastico noi docenti abbiamo pensato di portare i ragazzi a visitare una cantina. Sì, proprio una cantina, perché in questo periodo nelle nostre terre si fa la vendemmia e girando in campagna non di rado si sente il profumo del mosto fermentato.
Allora siamo partiti, la mia collega di lettere ed io, per portare i nostri ragazzi alla Cantina Illuminati.
Ad accoglierci c'è Stefano Illuminati, figlio del titolare, che ci presenta subito l'impresa e ce ne racconta la storia. Poi, mentre ascoltiamo il nostro cicerone, sentiamo un baccano ed arriva un trattore carico d'uva, si ferma sulla pesa, riparte e va a svuotare il suo carico nella vasca di raccolta. Parte così la nostra visita e scopriamo subito che l'uva spremuta, sia bianca che rossa ha lo stesso colore, ed è la buccia, durante la fermentazione, a conferire il caratteristico colore rosso rubino al vino rosso.
Dentro la cantina ci aggiriamo tra enormi “fermentini”, silos di acciaio in cui avviene la fermentazione del vino, ed enormi botti in rovere di Slavonia, che hanno una capienza di 25 ettolitri in cui il vino viene fatto riposare anche 36 mesi. Sì, proprio trentasei mesi, tre anni, perché per fare il vino buono come lo fanno qui è necessario avere pazienza, “curare” il vino come lo sanno fare loro ed aspettare con fiducia. Visitiamo le cantine, fino a scendere nelle zone più fredde dove vengono conservate le bottiglie di champagne per tre anni, ad una temperatura di sette gradi, nell'oscurità quasi assoluta perché la luce potrebbe ossidare il vino.
Andiamo a vedere anche il magazzino esterno dove si preparano gli imballi per le spedizioni all'estero e d'improvviso uno della comitiva si gira e legge su un bancale “Santo Domingo”... “Ma come proprio l'isola dei Caraibi?”. Poi stupefatti ci giriamo e vediamo su altri carichi pronti scritte di alcuni stati europei ed asiatici: Berlino, Thailandia, Belgio, Stati Uniti...
Entusiasti, terminiamo la visita con l'assaggio di una muffa nobile: il Loré, un vino la cui vendemmia si effettua a fine novembre e dà un vino molto profumato e dolce, adatto ai delicati palati dei nostri ragazzi che entusiasti lo assaggiano. La nostra guida ci aiuta anche nella degustazione suggerendoci di mantenere il sorso di vino in bocca in modo da poter cogliere tutti i sapori ed i retrogusti del vino.
Ringraziamo e salutiamo portando a casa il buon sapore del vino che ci accompagna fino alla scuola, soddisfatti per questa bella mattinata e per aver visto quanta passione e quanto lavoro c'è dietro un bicchiere di buon vino.
Marco Pellei

Siracusa, Settembre 2009 - Guardate che spettacolo!




Si vede che è un Altro Mondo... non Siracusa (che è di una bellezza di un Altro Mondo!), ma la nostra amicizia!

lunedì 28 settembre 2009

Dio, palla e famiglia - Perché il fuorigioco è la prova dell’esistenza di Dio


Da Il Foglio di giovedì scorso - Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro un po' scherzano, un po' no. Citano Mourinho (e su questo si potrebbe discutere molto... ). Citano una società sportiva (la Gagliarda) che è nell'immaginario collettivo degli amanti di Guareschi (quindi anche nostro) e che alcuni amici hanno voluto riprendere, in quel di San Benedetto del Tronto (sì, esiste la Gagliarda Sambenedettese...). Citano anche Chesterton, col suo San Tommaso d'Aquino, e su questo non si discute.

Allora li citiamo noi, a nostra volta.


Rileggere san Tommaso e scoprire che non c’è niente di meglio di Mourinho, Maicon e Milito per capire i Vangeli

Sunteggiata senza tradimenti, la prima delle cinque prove dell’esistenza di Dio che san Tommaso d’Aquino pone al principio della Summa dice così: “Tutto ciò che si muove è mosso da un altro (…). Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio”.

Qualcuno provi a citarla in un’aula universitaria o in quella di un seminario, dove la fiera eleganza del sillogismo interessa meno del sudoku, e verrà esiliato in bidelleria. Ragion per cui il tomista del terzo millennio, che è uomo ragionevole e di sani principi morali, saluta e va allo stadio, dove Rahner e i suoi nipotini non arriveranno mai. Paga il biglietto, si piazza al terzo anello e contempla la vena metafisica e deduttiva delle azioni da manuale del calcio. Si incanta al cospetto del mediano che si avvia verso la metà campo e innesca il rinvio del portiere, poi del trequartista che con la sua corsa detta il passaggio del mediano, dell’ala che chiama quello del trequartista, del centravanti suggerisce quello dell’ala. Si incanta e fa benissimo visto che qui, con tutto il rispetto dovuto, entra in campo san Tommaso. Perché i casi sono due. O l’ala ha avuto l’accortezza di arrivare sul fondo e crossare, e allora ci sta anche il gol. Altrimenti, se il centravanti si è mosso in anticipo e si trova da solo davanti al portiere avversario prima che sia partito il passaggio del compagno, l’arbitro fischia il fuorigioco.
Il gol, ma soprattutto il fuorigioco, sono la perfetta applicazione calcistica del ragionamento del Dottore Angelico: “Non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri”. Come in filosofia e in teologia, anche nel calcio l’azione non può continuare senza termine, altrimenti la partita sarebbe un’infinita e inconcludente serie di passaggi. Laddove non intervenga il gol, serve un limite oltre il quale si palesi la finitezza dell’ordinario rapporto tra causa ed effetto, tra scatto e passaggio.

Serve colui che fischia il fuorigioco, splendida metafora contemporanea del tomistico “primo motore che non sia mosso da altri”. Per dare un senso anche alla più amichevole delle partite serve qualcuno che ne stia fuori, un arbitro che fischi quando il limite viene valicato. L’unica differenza tra un’azione che finisce in fuorigioco e l’argomentazione della “prima via” di San Tommaso sta nel fatto che l’arbitro evocato dal Dottore Angelico si scrive con la “A” maiuscola e non ha bisogno della moviola perché non sbaglia mai. Lo sa anche un bambino. Però i bambini, in questo genere di argomenti, sono avvantaggiati. Mettetene uno su un campo, dategli un pallone e lo vedrete riempirsi di gioia. Ma è ancora niente. Se sul campo tracciate delle linee bianche e piantate i pali delle porte, allora lo vedrete veramente felice. Perché nel primo caso gli avrete fatto intuire il fremito della libertà, nel secondo lo avrete fatto sentire parte del grande gioco della creazione, un regalo molto più inebriante.

Basta essere stati almeno una volta su un campetto dell’oratorio con la maglietta della Gagliarda indosso, il pallone di cuoio fra i piedi e le linee bianche tracciate per terra con la calce. Improvvisamente, si entra in un mondo in cui tutto è meraviglioso perché tutto ha un senso, lo stesso senso per tutti: per chi gioca e per chi guarda. Si comprende che cosa significhi nascere, essere tratti dal nulla, pensati da sempre da un Essere indicibilmente buono e potente. Se lo portassero su quel rettangolo verde delimitato dalle righe bianche, anche il più svaccato studente di liceo capirebbe quel passo della Summa in cui Tommaso spiega che il mondo è sapientemente e magnanimamente governato da Dio: “la perfezione ultima di ogni essere consiste nel conseguimento del fine. Perciò, come fu la divina bontà a dare l’esistenza alle cose, così a essa pure spetta il condurle al loro fine. E questo è governare”.

Dopo una partita di calcio, anche il liceale svaccato manderebbe a memoria queste righe e le terrebbe come preghiera quotidiana, perché dentro c’è tutto l’entusiasmo del Bue Muto per il fatto di essere al mondo, qualcosa che somiglia da vicino a quello che Stevenson chiamava il grande teorema della vivibilità della vita. Il rinascimentale “Essere o non essere” non è questione che appassioni il medievale Tommaso poiché, fin dalla prima parola, il problema contiene la soluzione: essere. “Nessuno”, scrive Chesterton nel suo luminoso Tommaso d’Aquino, “inizierà a capire la filosofia tomistica, o in verità la filosofia cattolica, se non si renderà conto che il suo aspetto primario ed essenziale è soprattutto la lode della vita, la lode dell’Essere, la lode di Dio come creatore del mondo”. Parole che paiono scritte a bordo campo, dove anche l’ultima delle riserve comprende che chi ha inventato il calcio e le sue regole poteva essere solo un uomo buono e intelligente. E che, per partecipare della sua bontà e della sua intelligenza, non c’è altro da fare che rispettarne le regole, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura del football, così come, per partecipare della bontà e dell’intelligenza del Creatore, dice San Tommaso, non c’è che da rispettare le regole dell’essere, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura della vita.

E’ chiaro che, nella vita come nel calcio, le regole hanno senso solo a fronte della libertà. “L’uomo” si legge nella Summa “agisce giudicando, non per istinto, ma per confronto di ragioni, considerando il pro e il contro, e con giudizio libero; nelle cose particolari, come per l’intelletto c’è il liberamente opinabile, così per la volontà c’è il liberamente operabile. L’uomo quindi ha il libero arbitrio”. Però bisogna fare attenzione. A lume di libero arbitrio, Mariolino Corso poteva starsene tranquillamente all’ombra delle tribune fino al quarantesimo del secondo tempo, ma poi, con un lancio di cinquanta metri, ti pescava Boninsegna e lo mandava in rete. Corso sapeva benissimo che in campo si può contare su una gran varietà di schemi, ma sapeva anche che poi bisogna segnare: il dovere del gol, fine ultimo del gioco del calcio, come la ricerca della salvezza eterna nella vita, non pertiene al “liberamente opinabile” e al “liberamente operabile”.

Su questo versante, decisivo per il destino eterno delle sue creature, il Buon Dio applica volentieri la marcatura a zona miscelando sapientemente il libero arbitrio degli uomini con la sua Provvidenza. Solo un perfetto agnostico e un sonoro asino in materia calcistica potrebbero vedere un conflitto tra libertà e Provvidenza divina. Leggano San Tommaso: non esiste contrasto poiché la Provvidenza è al di sopra d’ogni giudizio e di ogni libertà umana, e nel Suo agire già ne tiene conto. “Un effetto” spiega il Dottore Angelico “si dirà casuale e fortuito relativamente a una causa particolare, in quanto si sottrae al suo ordinamento, ma rispetto alla causa universale, dal cui ordinamento non può sottrarsi, bisogna dire che è previsto. Come ad esempio l’incontro di due servi, sebbene sia per essi casuale, è tuttavia previsto dal loro padrone, il quale intenzionalmente li ha mandati in un medesimo posto l’uno all’insaputa dell’altro”. In termini calcistici, bisogna immaginare di essere José Mourinho che contempla soddisfatto il cross pennellato da Maicon in mezzo all’area. E’ chiaro che, nella mente di Mou, si deve alzare Milito a colpire di testa e insaccare. Ebbene, il fatto che vada proprio così ha limitato il libero arbitrio del Principe Milito? No, la mente di Mou aveva semplicemente tenuto conto di tutto: dello schema che aveva predisposto e della libertà del Principe. Gol.

L’autogol, invece, è tutt’altro. In se stesso è un colpo riuscito, ma dalla parte sbagliata: in due parole, è male. Una questione di alta teologia che il Bue Muto nella Summa definisce come “mancanza di bene, mancanza di entità, ma non corruzione totale dello stesso soggetto in cui si trova il male, perché allora neppure il male potrebbe esistere”. La prova sta nel fatto che a suo tempo Comunardo Niccolai, il profeta dell’autogol, non risultò annichilito alla prima incornata infilata nella propria porta, ma continuò sino a fine carriera a uccellare bellamente il portiere del suo Cagliari e persino quello della Nazionale. E da ciò si deduce che “il male assoluto, il principio del male non esiste. Esiste invece il Sommo Bene, Il Bene per essenza: Dio”.

Il che è la gran bella conclusione che si trae al termine dei novanta minuti di un gioco creato apposta per l’uomo: non per gli angeli, non per i bruti, ma per questo impasto di anima e corpo cantato da san Tommaso. Per questa straordinaria creatura che, quando smette di essere riottosa, si sente felice di essere in completa balia del Creatore. Perché non c’è nulla da fare, aveva ragione il vecchio Vujadin Boskov e c’è poco da discutere: “Rigore è quando arbitro fischia”.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

giovedì 10 settembre 2009

I Gagliardi alla Terontola - Assisi! Evviva Gino!!!



Domenica prossima 13 Settembre 2009 un gruppo dei nostri iscritti alla Gagliarda Sambenedettese parteciperanno al Ciclopellegrinaggio Terontola - Assisi in memoria di Gino Bartali postino della pace, che vede tra gli organizzatori e i promotori anche Paolo Alberati e Andrea Bartali (il figlio del grande Gino, di fronte al quale ci commuoviamo sempre!), entrambi nostri ospiti alla festa di Pier Giorgio Frassati 2009.

Qui il programma della faccenda.

La corsa si svolgerà in uno dei tratti che Gino percorreva in bici per portare i lasciapassare falsi agli ebrei da salvare durante la Seconda Guerra Mondiale. Chi è venuto alla festa sa dei gesti che Gino compì per amore di Cristo e del suo popolo, e solo al ricordarli viene un fremito di commozione e di orgoglio (sì, orgoglio di avere tra i nostri concittadini un cattolico a tutto tondo come il Grande Gino).

Noi ci siamo appassionati a Gino Bartali vedendo il bel film per la tv andato in onda qualche anno fa (il film è nato grazie a Paolo Alberati e alle sue ricerche su Gino), un film che è tutto un grido: "Gino! Gino!", un grido che era quasi una preghiera di chi lo aveva intorno, perché Gino era ed è un Uomo Vivo e portava la vita ovunque andasse.

Vi daremo delle testimonianze fotografiche di questo evento.

mercoledì 9 settembre 2009

La catechesi di Papa Benedetto XVI di oggi.

Segnaliamo questo scritto a tutti gli amici che sono venuti a Camaldoli. Si parla di San Pier Damiani, che se ricordate fu il biografo di San Romualdo, fondatore della Congregazione Camaldolese.

Cari fratelli e sorelle,

durante le catechesi di questi mercoledì sto trattando di alcune grandi figure della vita della Chiesa fin dalle sue origini. Oggi vorrei soffermarmi su una delle più significative personalità del secolo XI, san Pier Damiani, monaco, amante della solitudine e, insieme, intrepido uomo di Chiesa, impegnato in prima persona nell’opera di riforma avviata dai Papi del tempo. Nacque a Ravenna nel 1007 da famiglia nobile, ma disagiata. Rimasto orfano di ambedue i genitori, visse un’infanzia non priva di stenti e di sofferenze, anche se la sorella Roselinda si impegnò a fargli da mamma e il fratello maggiore Damiano lo adottò come figlio. Proprio per questo sarà poi chiamato Piero di Damiano, Pier Damiani. La formazione gli venne impartita prima a Faenza e poi a Parma, dove, già all’età di 25 anni, lo troviamo impegnato nell’insegnamento. Accanto ad una buona competenza nel campo del diritto, acquisì una raffinata perizia nell’arte del comporre – l’ars scribendi – e, grazie alla sua conoscenza dei grandi classici latini, diventò "uno dei migliori latinisti del suo tempo, uno dei più grandi scrittori del medioevo latino" (J. Leclercq, Pierre Damien, ermite et homme d’Église, Roma 1960, p. 172).

Si distinse nei generi letterari più diversi: dalle lettere ai sermoni, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi. La sua sensibilità per la bellezza lo portava alla contemplazione poetica del mondo. Pier Damiani concepiva l'universo come una inesauribile "parabola" e una distesa di simboli, da cui partire per interpretare la vita interiore e la realtà divina e soprannaturale. In questa prospettiva, intorno all’anno 1034, la contemplazione dell’assoluto di Dio lo spinse a staccarsi progressivamente dal mondo e dalle sue realtà effimere, per ritirarsi nel monastero di Fonte Avellana, fondato solo qualche decennio prima, ma già famoso per la sua austerità. Ad edificazione dei monaci egli scrisse la Vita del fondatore, san Romualdo di Ravenna, e s’impegnò al tempo stesso ad approfondirne la spiritualità, esponendo il suo ideale del monachesimo eremitico.

Un particolare va subito sottolineato: l’eremo di Fonte Avellana era dedicato alla Santa Croce, e la Croce sarà il mistero cristiano che più di tutti gli altri affascinerà Pier Damiani. "Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo", afferma (Sermo XVIII, 11, p. 117) e si qualifica come: "Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo" (Ep, 9, 1). Alla Croce Pier Damiani rivolge bellissime orazioni, nelle quali rivela una visione di questo mistero che ha dimensioni cosmiche, perché abbraccia l'intera storia della salvezza: "O beata Croce – egli esclama - ti venerano, ti predicano e ti onorano la fede dei patriarchi, i vaticini dei profeti, il senato giudicante degli apostoli, l’esercito vittorioso dei martiri e le schiere di tutti i santi" (Sermo XLVIII, 14, p. 304). Cari fratelli e sorelle, l’esempio di san Pier Damiani spinga anche noi a guardare sempre alla Croce come al supremo atto di amore di Dio nei confronti dell’uomo, che ci ha donato la salvezza. Per lo svolgimento della vita eremitica, questo grande monaco redige una Regola in cui sottolinea fortemente il "rigore dell’eremo": nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un’obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Nello studio e nella meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, Pier Damiani scopre i mistici significati della parola di Dio, trovando in essa nutrimento per la sua vita spirituale. In questo senso egli qualifica la cella dell’eremo come "parlatorio dove Dio conversa con gli uomini". La vita eremitica è per lui il vertice della vita cristiana, è "al culmine degli stati di vita", perché il monaco, ormai libero dai legami del mondo e del proprio io, riceve "la caparra dello Spirito Santo e la sua anima si unisce felice allo Sposo celeste" (Ep 18, 17; cfr Ep 28, 43 ss.). Questo risulta importante oggi pure per noi, anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un "parlatorio" dove Dio parla con noi: Apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita.

San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: la sua riflessione sui diversi temi dottrinali lo porta a conclusioni importanti per la vita. Così, ad esempio, espone con chiarezza e vivacità la dottrina trinitaria utilizzando già, sulla scorta dei testi biblici e patristici, i tre termini fondamentali, che sono poi divenuti determinanti anche per la filosofia dell’Occidente, processio, relatio e persona (cfr Opusc. XXXVIII: PL CXLV, 633-642; e Opusc. II e III: ibid., 41ss e 58ss). Tuttavia, poiché l’analisi teologica del mistero lo conduce a contemplare la vita intima di Dio e il dialogo d’amore ineffabile tra le tre divine Persone, egli ne trae conclusioni ascetiche per la vita in comunità e per gli stessi rapporti tra cristiani latini e greci, divisi su questo tema. Pure la meditazione sulla figura di Cristo ha riflessi pratici significativi, essendo tutta la Scrittura centrata su di Lui. Lo stesso "popolo dei giudei, - annota san Pier Damiani - attraverso le pagine della Sacra Scrittura, ha come portato Cristo sulle spalle" (Sermo XLVI, 15). Cristo pertanto, egli aggiunge, deve essere al centro della vita del monaco: "Cristo sia udito nella nostra lingua, Cristo sia veduto nella nostra vita, sia percepito nel nostro cuore" (Sermo VIII, 5). L’intima unione con Cristo impegna non solo i monaci, ma tutti i battezzati. Troviamo qui un forte richiamo anche per noi a non lasciarci assorbire totalmente dalle attività, dai problemi e dalle preoccupazioni di ogni giorno, dimenticandoci che Gesù deve essere veramente al centro della nostra vita.

La comunione con Cristo crea unità d’amore tra i cristiani. Nella lettera 28, che è un geniale trattato di ecclesiologia, Pier Damiani sviluppa una profonda teologia della Chiesa come comunione. "La Chiesa di Cristo - egli scrive - è unita dal vincolo della carità a tal punto che, come è una in più membri, così è tutta intera misticamente nel singolo membro; cosicché l'intera Chiesa universale si denomina giustamente unica Sposa di Cristo al singolare, e ciascuna anima eletta, per il mistero sacramentale, viene considerata pienamente Chiesa". E’ importante questo: non solo che l’intera Chiesa universale sia unita, ma in ognuno di noi dovrebbe essere presente la Chiesa nella sua totalità. Così il servizio del singolo diventa "espressione dell’universalità" (Ep 28, 9-23). Tuttavia l’immagine ideale della "santa Chiesa" illustrata da Pier Damiani non corrisponde – lo sapeva bene - alla realtà del suo tempo. Per questo non teme di denunziare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto, della prassi del conferimento, da parte delle Autorità laiche, dell’investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi e abati si comportavano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d’anime. Non di rado la loro vita morale lasciava molto a desiderare. Per questo, con grande dolore e tristezza, nel 1057 Pier Damiani lascia il monastero e accetta, pur con difficoltà, la nomina a Cardinale Vescovo di Ostia, entrando così pienamente in collaborazione con i Papi nella non facile impresa della riforma della Chiesa. Ha visto che non era sufficiente contemplare e ha dovuto rinunciare alla bellezza della contemplazione per portare il proprio aiuto nell’opera di rinnovamento della Chiesa. Ha rinunciato così alla bellezza dell’eremo e con coraggio ha intrapreso numerosi viaggi e missioni.

Per il suo amore alla vita monastica, dieci anni dopo, nel 1067, ottiene il permesso di tornare a Fonte Avellana, rinunciando alla diocesi di Ostia. Ma la sospirata quiete dura poco: già due anni dopo viene inviato a Francoforte nel tentativo di evitare il divorzio di Enrico IV dalla moglie Berta; e di nuovo due anni dopo, nel 1071, va a Montecassino per la consacrazione della chiesa abbaziale e agli inizi del 1072 si reca a Ravenna per ristabilire la pace con l’Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l'antipapa provocando l'interdetto sulla città. Durante il viaggio di ritorno al suo eremo, un’improvvisa malattia lo costringe a fermarsi a Faenza nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, e lì muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072.

Cari fratelli e sorelle, è una grande grazia che nella vita della Chiesa il Signore abbia suscitato una personalità così esuberante, ricca e complessa, come quella di san Pier Damiani e non è comune trovare opere di teologia e di spiritualità così acute e vive come quelle dell’eremita di Fonte Avellana. Fu monaco fino in fondo, con forme di austerità, che oggi potrebbero sembrarci persino eccessive. In tal modo, però, egli ha fatto della vita monastica una testimonianza eloquente del primato di Dio e un richiamo per tutti a camminare verso la santità, liberi da ogni compromesso col male. Egli si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa del suo tempo. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi, Petrus ultimus monachorum servus, Pietro, ultimo servo dei monaci.